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lunedì 4 febbraio 2013

Pont de Sèvres

Valérie Georgeon, Kawabata ©2012 - www.valeriegeorgeon.com



Nelle voragini di suoni
siamo stati di un bellissimo silenzio.
Sceso così bene
nella gola del cristallo glauco
soffice soffiato a Sèvres.

Siamo inconsunti di parole
fino ai dopo di domani
con meraviglie di agosti
portate a questa riva.
La mia non tua
la tua non mia.
Come stagioni inverse.

Che rumore le tue ciglia fanno
così significanti su di me
volandomi nel petto.
E tu con lui ti fermi
perché senta nella carne
le ciglia tue
come termiti nella terra.

Meglio i colpi d’arco.
Una nota lunga
per approfondirsi nel tepore
e non soffrire più gli incroci
che sono lontananza.
Già.
Perché dal punto in comune
comunque si cammina.

Come stagioni inverse, appunto.
Ma dammi un bosco
fittami alberi a ore supine
per sognarti.
Che proverò a essere l’inverso di chi sono.
E con fare antico
esserti il ritroso delle notti che non vissi.

Belle le iridi che guardano all’indietro
nell’aver sete del futuro scorso
su questa riva.
Tua non mia
mia non tua.

mercoledì 6 giugno 2012

Chiedi di me nei mesi di neve


Grant Wood, January © 1941


Chiedi di me nei mesi di neve.
Col caldo di legna asceso ai solai.
E di me nel bianco
estinto nel bianco
che sembra alba
anche l’annottarsi repentino.

Chiedi di me
quando donne isidi feconderanno
con lo sguardo appena
il mondo in tutte le sue parti
e io darò a ogni donna il nome di un sentiero.
O anche di un dirupo.
Che i  segnali servono
a volte per smarrirsi
ma anche ad aspettarsi.

E chiedi di me
o del mio vecchio nome
chiedi delle alci timide e sbieche
chiedi degli allori in attesa dei poeti
e d’increspate felci e maremoti.
Chiedi dei porti
dei posti in cui mangiare e perdersi
in un vino fresco che ti scende
come un acquazzone annega una grondaia.

E chiediti perché si muove il mondo
con furie e rotazioni
senza che mai un verso sfondi l’atmosfera
per morire sul fondo della luna
o accecare i telescopi.

Io non so che verso darti
se non ti doni
se non invii i tuoi raggi verdi
e non riscrivi il foglio vergine.
Ché verginità è anche scrivere tacendo.
Finché Dio violerà il silenzio
con le sue reti partorienti pesci.

Chiedi di me nei mesi
in cui mi sarò annidato
a tessere l’elogio del confine.
Quello reciproco nostro
degli occhi mai incontrati.
Che non guardarsi è, in fin dei conti, una distanza.
Di sicurezza.
O sicumera.